Business Mono Persona: lavori tanto e il tempo non basta mai? Fai il quiz gratuito e scopri dove perdi energia
La mia storia

Fallimenti, domande scomode e scelte di coraggio

A ogni domanda, una svolta.

Capitolo 1

Certi fuochi sono sempre stati lì

Tiziana bambina che ride
Me cinquenne

Ti sei mai chiesto da quanto tempo fai, in qualche forma, quello che fai oggi?

Io delle estati della mia infanzia in Sardegna ricordo il sole che spaccava le pietre, pomeriggi che sembravano non finire mai e una piccola me con un problema serissimo: la noia.

La mia soluzione, a un certo punto, fu aprire un mercatino.

Partito con una cassetta e due vecchie barbie malconce, si era poi evoluto in una compravendita di figurine, Topolino e ciucciotti anni ‘90 (se sei un millennial, sai bene di cosa parlo).
Fu un grande successo, sia contro la noia che nel racimolare i primi soldini da salvadanaio.
E se mi guardo indietro con attenzione forse è proprio lì che vedo due cose di me che oggi spiegano perfettamente l’essenza del motivo per cui faccio il lavoro che faccio.

Io che voglio fare pressoché tutto da sola.
E il gusto che provo nel creare e far funzionare progetti.

Tiziana sorride con gli occhiali da sole, foto in bianco e nero

A cinque anni, naturalmente, non pensavo di avere spirito imprenditoriale.
Né avrei mai potuto minimamente immaginare che un giorno sarei diventata una digital marketing strategist.

In fondo, la mia generazione si godeva ancora gli ultimi anni di analogico e dopo i mercatini e le collezioni di carte telefoniche, a preoccuparci erano cose serissime.
Per esempio, c’era da recuperare il poster di Di Caprio in uscita con l’ultimo Cioè.
O da far sopravvivere gli amori estivi quando scadeva la Summer Card.
O sentirsi meno soli e più integrati nelle comitive di amici al parco.
E ricordare i testi delle canzoni di Beyoncé cantate a squarciagola dal finestrino delle 126 che ci davano per fare pratica da neo patentati.

Nessuno di noi in quegli anni di inizio millennio aveva idea che stava per investirci una rivoluzione.
Internet, il digitale, i social media.
Dietro l’angolo il mondo stava per cambiare, eppure noi a fine liceo ci aspettavamo ancora che un percorso di studi ci avrebbe garantito quella linearità e sicurezza che ci era stata promessa.

Ritratto in bianco e nero di Tiziana con il mento appoggiato alla mano

In particolare, oltre alla scelta della facoltà, la mia grande domanda in quel periodo era: lasciare o meno la Sardegna?

Vorrei dirti che la decisione arrivò in modo epico, ma in realtà, fu molto banale. Una sera pensai semplicemente che se fossi rimasta nell’isola sarebbe stato tutto molto bello ma anche prevedibile.

E forse è perché a 18 anni mi ero già accorta di avere fame – di vuoto, vertigine e sconosciuto – che decisi di andarmene.

Di quel 19 agosto del 2005 ho impressi nella mente due simboli.
Un biglietto dell’allora compagnia Meridiana.
Una destinazione: Bologna.

Capitolo 2

“Chiudendo gli occhi, per riaprirli altrove, al centro esatto di Piazza Maggiore”

Tiziana a un tavolino di un caffè, foto in bianco e nero

Arrivare a Bologna fu come spalancare una finestra sulla vita.

Avevo una tessera universitaria in tasca che profumava di libertà e davanti una città con un ritmo completamente diverso da quello mediterraneo e familiare.

Bologna diventò presto casa.
Una casa che accoglieva.
Ma anche una casa da cui partire per poi tornare.

Un Erasmus in Germania.
Un college in Pennsylvania.
I primi viaggi con Ryanair che aveva rotto i confini dell’Europa.

Poi arrivò l’ultimo esame.
La tesi specialistica.
E con lei la domanda sul futuro professionale.

La risposta più logica era la ricerca.
Avevo studiato per quello.
Era una strada coerente, comprensibile, persino prestigiosa.
Cominciai quindi a dire pubblicamente che probabilmente avrei fatto la ricercatrice.
Eppure ogni volta che lo dicevo sentivo qualcosa.
Niente di drammatico, intendiamoci.
Solo una piccola incertezza nella voce.

Ci hanno raccontato che le svolte importanti arrivano come epifanie e segni del destino.
A me quella volta è successo il contrario.
È arrivata una stonatura.

Un minuscolo scarto tra la vita che sulla carta funziona e quella che dentro senti davvero tua.

Bastò a innescare un processo in cui misi in discussione il futuro che avevo davanti.
E alla fine di questo capitolo della storia, c’è un altro biglietto aereo.
Ancora una volta di sola andata.
Ma questa volta all’estero.

Capitolo 3

Cosa stai costruendo, davvero?

Berlino di notte, vista sulla Sprea
Berlino, la città in cui mi sono innamorata del marketing digitale.

In Germania si dice: Einmal Berlin, Immer Berlin, ovvero “una volta che entri a contatto con Berlino, Berlino ti sarà sempre dentro”.
E in effetti, se è vero che lo si può dire di tanti luoghi, tra tutti quelli che ho abitato Berlino mi è rimasta impressa come un tatuaggio.

Arrivai a Berlino senza sapere quasi nulla della città e ancora meno del lavoro che avrei fatto.
Cominciai con un Internship e proseguii la carriera in azienda, innamorandomi del marketing digitale.

Tiziana sorridente con una tazza di caffè in mano

Dalle mura di Bologna medievale mi trovai in una città ricostruita e iper moderna.
A sorseggiare cappuccini la mattina mentre attraversavo i palazzi di aziende internazionali. A fare riunioni tra uffici a vetri, team internazionali, CEO che ragionavano in grande.

Non avevo trovato soltanto un lavoro.
Avevo trovato un modo di pensare che mi piaceva.
Strategia, creatività, numeri, psicologia, possibilità di costruire.

Per alcuni anni Berlino fu esattamente il posto in cui dovevo essere.

Poi, sorpassando la soglia dei trent’anni, qualcosa cominciò a cambiare.
Non nel rapporto con Berlino, né con il mio lavoro.
Ma con me stessa.
Era cambiata la domanda che guidava la mia vita.

Che cosa sto costruendo, davvero?

mi chiesi

Il riflesso di Tiziana in uno specchio con scritte rosse

Fino a quel momento avevo cercato esperienze, occasioni per imparare, per allargare lo sguardo.
Adesso cominciavo a chiedermi cosa volessi farne di tutto quel saper fare.

La parte autonoma e intraprendente della me bambina, cominciava a scalpitare dentro il mondo ingessato e gerarchico dell’azienda.
E allora la risposta iniziò a prendere forma intorno a un’idea molto concreta.

Tornare in Sardegna e portare a casa una parte di quello che avevo imparato fuori, con un progetto di impresa da realizzare.

Capitolo 4

Il progetto in cui credevo non è mai diventato la mia impresa

Tiziana sorride accanto a un piatto decorato appeso al muro

Arrivai a Cagliari con un’idea che, partita da un iniziale “un giorno sarebbe bello”, aveva ormai raggiunto una forma concreta.

Un piccolo bar, un’area di lavoro, un coliving, da aprire insieme al mio partner dell’epoca attraverso un bando e diversi risparmi.

Avevamo fatto ricerche di mercato, pensato al brand.
Al naming, alle planimetrie e agli spazi.
C’erano persino delle proposte di logo.

Per me quel progetto significava molto.
Era tornare al Sud, grande mito di tutti noi expat.
Era tornarci portando qualcosa di nostro.
Era restituire.

Per mesi abbiamo lavorato a quella visione, con entusiasmo e fiducia.
Poi, però, sono arrivate le crepe.
Burocrazia, collaborazioni saltate all’ultimo, locali che presentavano irregolarità manifestate solo in fase contrattuale, finanziamenti con tempi che si allungavano, ostacoli che continuavano a moltiplicarsi.

All’inizio pensavo fosse solo una questione di tempo.
Così ho continuato a lottare, a insistere, a perseverare (hello, dna sardo!).

Tiziana ride seduta sul divano con il suo gatto

Ed è qui che è successa una cosa strana.

Proprio mentre il progetto su cui avevo puntato tutto si complicava, avevo aperto una partita IVA quasi come soluzione temporanea.

“Faccio qualche consulenza, nel frattempo”.

Solo che quel “nel frattempo” iniziò a funzionare.

Arrivò un cliente. Poi un altro.
Arrivarono collaborazioni.
E soprattutto, mentre da un lato ogni passo sembrava richiedere uno sforzo enorme, dall’altro le cose scorrevano.

Per un po’ continuai comunque a pensare che il progetto vero fosse l’altro.
Quello grande.
Quello per cui ero tornata.

Tiziana al porto di Cagliari al tramonto

Poi ho dovuto guardare in faccia la realtà.
Ammettere che quel progetto era diventato per varie ragioni un vuoto a perdere.
E accettare che quell’idea in cui avevo investito energie, entusiasmo e visione non sarebbe diventata la mia impresa.

Fu dolorosissimo.
Lasciarlo andare significava ammettere che la storia che avevo immaginato non sarebbe mai stata reale.

E se hai mai provato a mollare sai bene che è molto più difficile di quanto sembri.
Perché quando credi davvero in qualcosa, perseveranza e ostinazione si assomigliano.
Quasi si confondono.

Eppure bastava guardare ciò che la realtà mi stava mostrando.
Da una parte continuavo a lottare.
Dall’altra qualcosa stava crescendo quasi da sé e, soprattutto, mi dava soddisfazione.

La vera scelta per me non fu aprire una partita IVA.
Fu decidere dove mettere le mie energie.
Fu smettere di disperdere.
E seguire ciò che mi indicava la vita.

Ovvero che il progetto che pensavo sarebbe voluto diventare la mia impresa non lo diventò.
Quello che avevo iniziato quasi per necessità, ovvero il mio solo-business – sì.

Capitolo 5

Il marketing più difficile è quello per se stessi

Tiziana in giacca nera sorride con la mano tra i capelli

A questo punto della storia una certezza ormai la avevo: sapevo fare marketing.

Quel che non sapevo era che fare marketing per se stessi è tutta un’altra storia.

Fino a quel momento avevo sempre lavorato dentro strutture più grandi di me.
Adesso la struttura ero io.

Dovevo decidere cosa vendevo, a chi, quanto valeva e perché qualcuno avrebbe dovuto scegliere proprio me.
Così, in questo cammino complesso, feci quello che fanno in tanti.

Una marea di cazzate.

  • Dissi sì spesso.
  • Aggiustai le tariffe al ribasso.
  • Accettai progetti che non mi rappresentavano.
  • Cercai conferme invece di posizionarmi.
  • Creai collaborazioni totalmente sbagliate.

Poi, negli anni, iniziai a capire meglio.
A scegliere con chi lavorare.
A dare un confine al mio lavoro.
A costruire servizi che mi somigliavano di più.
A trovare una voce.

E soprattutto ad accorgermi che mi piaceva profondamente quello che stavo facendo.

Aiutare altre persone a vedere più chiaramente dentro al proprio business, costruire strategie, trasformare intuizioni confuse in qualcosa che potesse stare sul mercato.

In quei primi anni, il fatturato cresceva.
Le richieste aumentavano.

E per un po’ ebbi davvero la sensazione di aver trovato la quadra e anche una grande forma di serenità.

Capitolo 6

Se funziona finché funzioni tu

Tiziana tiene in braccio Beatrice neonata
I primi mesi da mamma.

In quegli anni avevo sempre più richieste, costruivo servizi che mi piacevano, lavoravo con persone che sentivo di poter aiutare davvero.

Mi sentivo libera.
Ispirata.
Nel posto giusto.

Avevo puntato su di me e, onestamente, sembrava funzionare tutto.

Al culmine di questo periodo felice, nell’ottobre del 2018 comparvero due linee rosa su un test di gravidanza.
E a luglio dell’anno successivo nacque la splendida Beatrice.

Con lei nacque anche il mio essere madre, una vita completamente diversa e una serie di scelte ormai in qualità di famiglia.

Tornai a Bologna, questa volta in 3 (4 perché la ex gatta randagia Luna venne con noi).
Un trasloco dalla Sardegna e una bambina neonata sono già abbastanza faticosi.
Eppure la vita doveva ancora calare l’asso di bastoni: il Covid.

Tiziana in giacca alla scrivania, al lavoro sul portatile

Paradossalmente, proprio mentre il mondo si fermava, il mio lavoro accelerò.
Le richieste esplosero.
Le consulenze online diventarono la normalità.
L’agenda si riempiva.

Così mi sentivo una specie di supereroina con la doppia vita.
Di giorno doccia, trucco, giacca nera e videocall.
La sera divano in cui mi assopivo alle otto e mezza con un pigiama che sapeva di latte.

Intanto il fatturato cresceva.
Quell’anno raggiunsi il mio picco.
Sulla carta il business non era mai andato così bene.
Io però non funzionavo più.

Nel frattempo infatti, ero cambiata radicalmente.
Essere diventata madre aveva cambiato il mio tempo, le mie energie, il mio corpo, le mie priorità.

E senza volerlo vedere stavo commettendo un errore cruciale: stavo continuando a far funzionare il lavoro secondo le regole della vita precedente.

Tiziana tiene in mano due pennelli, sfocata sullo sfondo

Aprii più slot.
Prima il martedì e il giovedì.
Poi il mercoledì.
Poi il lunedì.
Infine anche il venerdì.

La logica era più o meno questa:
C’era domanda.
C’era fatturato.
Perché avrei dovuto dire di no?

Finché un giorno mi guardai allo specchio e non riconobbi quello sguardo spento.
Sapevo di essere ormai in pieno burnout.

E lì tornò una domanda che mi ero già fatta anni prima.

Che cosa sto costruendo, davvero?

Era davvero così che volevo vivere?

Con le energie a zero, assente con la mia bimba e la sensazione perenne di vivere una vita in ritardo?

Mi ero detta basta.
Avevo deciso di guardare in faccia qualcosa di spiazzante.

Un business può funzionare benissimo e, allo stesso tempo, aver smesso di funzionare per la vita della persona che lo ha costruito.

Capitolo 7

Non bastava rallentare.
Dovevo cambiare la struttura

Tiziana seduta su una ringhiera di legno vicino allo stagno

Fermarmi non fu idilliaco.

Ci furono mesi di rallentamento, tagli, ripensamenti.
Ansie economiche e la sensazione che il problema fosse strutturale.

Non bastava infatti togliere qualche appuntamento dall’agenda.

Avevo costruito un’attività in cui quasi ogni euro dipendeva dalla mia presenza, dalle mie ore, dalla mia energia mentale.

E quando hai un Business Mono Persona questa è un grande paradosso.

La persona è la più grande risorsa del sistema.
Ma può diventare anche la risorsa che il sistema consuma.

Con una bambina ancora piccola mi presi del tempo.

Studiai più a fondo il mondo dei professionisti indipendenti, i problemi che vedevo ripetersi continuamente nei clienti e quelli che io stessa avevo vissuto.

Provai a mettere insieme tutto quello che avevo imparato. Ne uscì un framework.
Lo testai.
Funzionò.

Il gruppo di Freelance in Wonderland all’evento dal vivo a Bologna
Il nostro evento dal vivo a Bologna, con la community di Freelance in Wonderland.

Al primo lancio arrivarono molte più richieste di quanto avessi immaginato.

Da lì nacque Freelance in Wonderland.
Per tre anni fu il mio signature program.

Un percorso di co-creazione strategica per freelance e professionisti, una community, più di settanta persone che negli anni hanno attraversato il programma e persino un evento dal vivo a Bologna.

Conobbi persone e professioniste straordinarie, molte delle quali tengo ancora nel cuore.

Per un periodo mi sentii di nuovo perfettamente allineata.

Avevo trovato una forma diversa.
Una forma che metteva insieme quello che sapevo fare, quello che avevo vissuto e quello che avevo imparato sul limite del vendere esclusivamente il mio tempo.

Capitolo 8

Anche ciò che funziona può dover cambiare forma

La silhouette di Tiziana sugli scogli al tramonto

Insomma Freelance in Wonderland funzionava.

Ed è proprio questo a rendere difficile la parte successiva della storia.

Perché siamo preparati a lasciare andare ciò che fallisce.
Molto meno a mettere in discussione qualcosa che, almeno sulla carta, continua a funzionare.

Eppure a un certo punto accadde quel che ti ho detto nell’intro di questa storia: la vita e il lavoro nei Business Mono Persona, sono un intreccio indissolubile.
E la vita, ancora una volta, mi avrebbe mostrato che ci si evolve.
Che attaccarsi non serve a nulla.
E che la struttura del proprio lavoro deve accompagnare questa danza.
D’altronde, siamo autonomi, proprio per esercitare questa libertà di movimento.

Così quando arrivarono nel giro di pochi mesi una perdita inaspettata, una malattia in famiglia e la mia separazione, mi resi conto che per anni avevo costruito il lavoro dentro una certa idea di vita.

Famiglia, casa, vacanze al mare, futuro insieme. Quando quella cartolina è andata in frantumi, non potevo fingere che il business potesse rimanere identico.
Era la stessa lezione, ancora una volta, ma a un livello diverso.

Con la mia vecchia vita una parte di me era morta per sempre.
Non potevo più agire come lei.
Avevo bisogno di ricostruirmi.

Tiziana seduta su un muretto in riva allo stagno, a Cagliari

Quello che è venuto dopo non è stato un piano perfetto.
È stato un laboratorio.
Prima di tutto di amore per me stessa.

Ho sperimentato.
Formati diversi, formule asincrone, nuovi servizi, project management, sistemi.
Quando ho incontrato l’intelligenza artificiale ho sentito una forma di innamoramento come a Berlino per il marketing digitale.

Ha aperto possibilità che fino a poco prima non esistevano.
E mi ci sono immersa con grande entusiasmo.

Da lì in poi ho provato cose che hanno funzionato e altre che non hanno funzionato affatto.

Ma il punto non era trovare immediatamente la formula definitiva.
Era continuare a farmi la domanda.

Che cosa sto costruendo, davvero?

E soprattutto:

è in linea con chi sono diventata?

Tiziana ride seduta su uno sgabello, con i capelli in movimento, foto in bianco e nero
Me, oggi

E la risposta è arrivata quando ho messo insieme proprio ciò che hai appena letto: tutta la mia storia.
Integrando chi ero, per trovare la mia sintesi.

Oggi so che non ripartiamo davvero da zero ogni volta che cambiamo.
Ogni progetto, ogni errore, ogni successo e ogni crisi entra in quello che viene dopo.

Berlino non è sparita quando sono tornata in Sardegna.
Il progetto di Cagliari non è sparito quando ho scelto la partita IVA.
Gli anni di freelance non sono spariti quando ho cambiato modello.
Freelance in Wonderland non scompare perché oggi il mio lavoro ha preso un’altra forma.

Tutto resta.
Cambia il modo in cui lo integriamo.

Ed è probabilmente questa la cosa più importante che ho imparato costruendo un business intorno a me stessa:

io non sono il mio modello di business.

Posso cambiarlo.
Posso lasciarne andare una parte.
Posso riconoscere quando qualcosa ha finito il suo lavoro.
E posso costruire una nuova struttura.

E in fondo, se all’inizio c’era una bambina che inventava mercatini per combattere la noia, oggi c’è ancora la stessa persona a cui piace prendere ciò che ha a disposizione, costruirci qualcosa e vedere fin dove può arrivare.

E se anche tu stai costruendo il tuo Business Mono Persona, la domanda non è soltanto quanto puoi farlo crescere.

Ma piuttosto: quello che stai costruendo rispecchia chi sei diventato, davvero?

@tizianascano.it